Bnp Paribas Ip: Bce audace, ma le altre non intervengono

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Secondo Joost van Leenders, chief economist del team Multi Asset Solutions, la strategia prevede un sottopeso nel debito emergente in valuta forte.

Chiara Merico di Chiara Merico21 marzo 2016 | 07:47

MERCATI TITUBANTI – “Nel corso della settimana i mercati azionari internazionali si sono mostrati titubanti”, spiega Joost van Leenders, chief economist del team Multi Asset Solutions di Bnp Paribas Ip. “Dopo l’annuncio di misure di stimolo superiori alle attese da parte della Bce, i mercati hanno deluso le aspettative di Draghi, segnando probabilmente la fine della strada dei tagli dei tassi. Negli USA, la Federal Reserve per il momento non è intervenuta, ma pare che abbia lasciato aperto uno spiraglio per un nuovo giro di vite sui tassi a giugno”.

BCE: MISURE DI STIMOLO PIÙ AMPIE DEL PREVISTO – “In linea con le attese, la Bce ha accentuato i tassi d’interesse negativi sui depositi ma, con una mossa a sorpresa, il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali – che normalmente forniscono il grosso della liquidità alle banche – è stato ridotto allo 0%, ed è stato tagliato anche il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale. Il volume degli acquisti mensili è stato ampliato, salendo a 80 miliardi di euro e, per assicurarsi che vi siano titoli a sufficienza da acquistare, la Bce ha incluso nelle attività ammissibili le obbligazioni europee investment-grade emesse da società non finanziarie”, aggiunge van Leenders. “A nostro avviso, queste misure mostrano come la permanenza del tasso d’inflazione su livelli inferiori all’obiettivo fissato abbia messo sotto pressione la banca centrale, spingendola ad adottare misure di più ampia portata. L’inflazione nell’area dell’euro si è attestata su livelli inferiori all’obiettivo della Bce per un periodo talmente lungo che l’obiettivo stesso è divenuto poco credibile. Secondo la proiezione della Bce, l’inflazione nel 2018 si dovrebbe attestare solamente all’1,6%. Tuttavia, riteniamo che tale obiettivo sarà difficile da raggiungere non solo nel 2018 ma anche negli anni successivi: è probabile, dunque, che vi saranno nuovi interventi, ma non prima del secondo semestre di quest’anno”.

GIAPPONE & USA: LE BANCHE CENTRALI NON SI MUOVONO – “La Banca del Giappone ha lasciato i tassi invariati, anche se, dato che gli indicatori prospettici si sono indeboliti negli ultimi tempi, l’economia potrebbe avere necessità di nuovi stimoli. Persino in condizioni di disoccupazione bassa, la crescita dei salari è stata praticamente nulla e l’inflazione core ha registrato un lieve rallentamento a gennaio. Inoltre, il PIL si è contratto nel quarto trimestre e una nuova contrazione all’inizio dell’anno non è da escludere”, prosegue il gestore. “I mercati hanno previsto che la Federal Reserve avrebbe lasciato i tassi invariati, come poi è avvenuto, e si sono concentrati sulle prospettive per la seconda parte del 2016, tenendo conto del rallentamento dell’economia USA a cavallo della fine dell’anno, cui ha fatto seguito il miglioramento rilevato dal rapporto sul mercato del lavoro di febbraio. Le vendite al dettaglio sono diminuite a febbraio per il secondo mese consecutivo ma tendiamo a escludere che le famiglie abbiano rinunciato a fare acquisti. La fiducia dei consumatori ha ristagnato negli ultimi tempi ma gli incrementi del reddito sono consistenti e gli andamenti sul mercato del lavoro sono maggiormente in linea con la prospettiva di ulteriori guadagni che con quella di una decelerazione dei salari. Le finanze delle famiglie sono migliorate e i livelli di risparmio indicano che ormai possono ridurre l’indebitamento o incrementare il patrimonio. In questo quadro, la Federal Reserve ha ridotto le probabilità di un nuovo incremento dei tassi nel corso dell’anno e, tenendo conto del rallentamento della crescita, ha corretto al ribasso anche le previsioni al riguardo. Nel documento di valutazione, gli economisti della Federal Reserve hanno rilevato un ritmo di crescita discreto, malgrado gli andamenti economici e finanziari a livello globale presentino ancora dei rischi al ribasso. La spesa delle famiglie, il mercato degli immobili residenziali e l’occupazione restano fattori positivi, mentre gli investimenti delle società e le esportazioni sono deboli. L’evoluzione delle previsioni dei membri del comitato di politica monetaria della Federal Reserve (FOMC) dovrebbe essere interpretata con cautela dato che la composizione di questo organismo è cambiata rispetto al mese di dicembre, quando sono state pubblicate le previsioni precedenti. Mentre il valore mediano delle previsioni relative al tasso sui federal funds alla fine di quest’anno è sceso di 50 punti base, attestandosi allo 0,875% e indicando solo due incrementi dei tassi, un solo membro dissenziente si è espresso a favore di un incremento dei tassi già in occasione dell’ultima riunione del comitato. A nostro avviso, gli operatori di mercato avevano previsto un atteggiamento meno accomodante da parte della Federal Reserve, scontando un rialzo di 75 punti base già entro la fine dell’anno, e dunque, i rendimenti obbligazionari sono scesi, le azioni hanno guadagnato e il dollaro si è deprezzato rispetto all’euro. Nel complesso, i toni utilizzati dalla Federal Reserve, le correzioni al ribasso della crescita, le proiezioni relative a inflazione e tassi di interesse e le dichiarazioni del presidente della Fed Yellen non dovrebbero modificare in modo significativo le attese dei mercati, anche se la banca centrale USA è parsa più accomodante rispetto alle attese”.

CINA: NUOVI DATI INFERIORI ALLE ATTESE – “La scorsa settimana siamo arrivati alla conclusione che l’obiettivo di crescita del PIL fissato dalle autorità cinesi tra il 6,5% e il 7%, oltre ad essere difficile da raggiungere, potrebbe presentare dei rischi a causa dell’eccesso di stimoli suscettibili di aggravare gli squilibri già presenti nell’economia cinese. A quanto pare, gli ultimi dati disponibili hanno confermato questa valutazione. Infatti, le vendite al dettaglio sono cresciute al ritmo più lento dal 2004, le cifre relative alle immatricolazioni di auto nuove hanno registrato un decremento e la crescita della produzione industriale si è assottigliata sino a sfiorare il minimo toccato nel corso della recessione globale del 2008/09. La frenata dei prestiti pare meno preoccupante, poiché l’espansione del credito viaggiava (e viaggia tuttora) su ritmi troppo elevati e questo rallentamento segue l’impennata registrata a gennaio. Inoltre, l’economia non ha mostrato segnali di ripresa, fatta eccezione per i prezzi e le vendite delle abitazioni. Tuttavia, dato l’ingente stock di case invendute o in costruzione, tale andamento non dovrebbe stimolare l’attività edilizia nel breve periodo”, continua van Leenders.

ALLOCAZIONE DEGLI ATTIVI: SOTTOPESO NEL DEBITO EMERGENTE IN VALUTA FORTE – “Nell’ambito dell’allocazione strategica degli investimenti, al momento deteniamo una posizione sottopesata nel debito dei paesi emergenti denominato in valute forti, ovvero nell’indice EMBI rispetto ai Treasury USA, poiché prevediamo che gli spread su queste obbligazioni si amplieranno. Manteniamo un atteggiamento fondamentalmente cauto sui paesi emergenti che al momento presentano prospettive di crescita sganciate dal resto dell’economia globale e nessun segnale di rilancio da parte degli indicatori congiunturali come i Pmi, la produzione industriale o le esportazioni. Il recente rincaro delle materie prime ha contribuito a spingere verso l’alto gli attivi finanziari dei paesi emergenti ma analizzando l’attuale rapporto tra la domanda e l’offerta si evince che il rialzo dei mercati potrebbe essere stato prematuro ed eccessivo. In effetti, le nostre previsioni relative alle materie prime segnalano nuove pressioni al ribasso sui prezzi per i prossimi due mesi”, aggiunge van Leenders. “La valutazione incrociata degli attivi mostra che la situazione negativa dei paesi emergenti è in ampia parte riconducibile alle azioni e alle valute. A gennaio, le azioni dei paesi emergenti hanno registrato una correzione inferiore rispetto ai listini dei paesi avanzati e un numero crescente di banche centrali nelle aree in via di sviluppo ha iniziato a rilasciare dichiarazioni in merito alla debolezza delle valute. Inoltre, gli spread sulle obbligazioni dei paesi emergenti non sembra abbiano integrato le prospettive sfavorevoli per queste economie: a differenza dei paesi avanzati non abbiamo assistito all’esplosione degli spread sul debito societario emergente dato che gran parte delle società che operano nel settore energetico sono a partecipazione pubblica; ciò potrebbe però accentuare le pressioni sulla solvibilità dei titoli di Stato. In questo contesto, i recenti declassamenti dei rating possono essere considerati solo come l’inizio di una lunga tendenza di correzioni al ribasso”.


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