Bnp Paribas Ip: i mercati alla finestra, in attesa dei dati macroeconomici e degli utili societari

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di Chiara Merico 19 Aprile 2016 | 06:42
Per Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions, la strategia di allocazione degli attivi resta difensiva.

POSIZIONE DIFENSIVA – “La distribuzione degli attivi al momento è abbastanza difensiva: deteniamo posizioni sottopesate nel segmento azionario dei paesi avanzati, in particolare in Europa, nel debito emergente denominato in valuta forte e nel comparto delle materie prime. Inoltre, la settimana scorsa, abbiamo trasferito parte della posizione sovrappesata nel segmento delle obbligazioni societarie high-yield emesse da aziende statunitensi verso i titoli investment-grade. In effetti, secondo i nostri esperti le quotazioni di alcuni mercati finanziari sono salite troppo in alto, tenendo conto di un contesto globale caratterizzato da crescita debole, inflazione bassa e stime reddituali modeste”, spiega Joost van Leenders, chief economist del team Multi Asset Solutions di Bnp Paribas Ip.

MERCATI FINANZIARI: PREVALE UN APPROCCIO ATTENDISTA – “La settimana scorsa i mercati azionari hanno perso un po’ di terreno, ma nei primi giorni di questa settimana hanno registrato lievi miglioramenti. A nostro avviso, gli operatori sono in attesa della pubblicazione degli utili societari negli USA e di tutta una serie di dati macroeconomici. Verso la fine della settimana saranno diffusi negli Stati Uniti gli ultimi dati sulla spesa al consumo, sulla fiducia delle famiglie, sull’andamento dei prezzi e sull’attività del settore industriale. Anche in Cina, i dati sull’interscambio commerciale saranno seguiti dalla pubblicazione delle cifre relative all’espansione del credito, alle vendite al dettaglio, alla produzione industriale ed alla crescita del PIL nel primo trimestre”, aggiunge van Leenders. “Per quanto riguarda la pubblicazione degli utili, le stime al momento sono troppo basse, ed è dunque probabile che i risultati reali si riveleranno superiori alle attese, ma ciò non avrebbe nulla di straordinario. Negli ultimi cinque anni – in media – circa tre quarti delle società incluse nell’indice azionario S&P 500 ha registrato utili superiori alle previsioni. Invece, le sorprese favorevoli in materia di vendite sono state meno frequenti e, sempre negli ultimi cinque anni, sono state registrate solo da una percentuale lievemente superiore al 50 per cento delle imprese. La flessione delle vendite nell’ultimo trimestre dell’anno scorso ha mostrato che il settore societario USA sta incontrando delle difficoltà, ma i dati di contabilità nazionale mostrano che i profitti delle imprese hanno toccato i massimi nel terzo trimestre del 2014: in termini assoluti e in misura persino più ampia rispetto al Pil”.

CRESCITA GLOBALE ANCORA MODESTA – “Gli ultimi dati economici sono rimasti in chiaroscuro. Negli USA, la fiducia nel comparto delle piccole imprese ha registrato una flessione inattesa a marzo: il calo è stato modesto, ma ha destato preoccupazione la costante tendenza al ribasso di questo indice, che ha avuto inizio nei primi mesi dell’anno scorso. La solidità del mercato del lavoro e la salute complessiva dell’economia interna rispetto ai settori esposti alla congiuntura internazionale facevano prevedere che la fiducia delle piccole imprese, nel peggiore dei casi, avrebbe tenuto. Questo indebolimento potrebbe essere riconducibile all’andamento modesto della spesa al consumo, che registra uno sfasamento rispetto l’incremento dei redditi da lavoro e della ricchezza delle famiglie”, aggiunge van Leenders. “Le vendite al dettaglio hanno registrato una lieve ripresa in marzo, ma tale andamento è stato favorito da alcune componenti volatili: in realtà, al netto dei carburanti e dei materiali da costruzione – che danno un quadro più chiaro della tendenza della spesa al consumo – la crescita è rimasta fiacca. Gli indicatori pubblicati sinora indicano che l’espansione del PIL ha nuovamente frenato nel corso del primo trimestre, e resta da vedere l’entità di un’eventuale ripresa nel secondo trimestre. I mercati finanziari hanno reagito positivamente a quella che in marzo pareva una spettacolare ripresa delle esportazioni cinesi su base annua. Tuttavia in realtà i dati hanno subito una forte distorsione a causa delle festività per il capodanno cinese. L’economia cinese sta mostrando dei segnali di stabilizzazione dopo il varo di misure di stimolo monetario e fiscale, ma i nostri esperti non sono convinti che i dati relativi all’interscambio commerciale confermino tale tendenza. Nell’area dell’euro la produzione industriale ha fatto segnare un calo, che non è giunto inatteso giacché Germania, Francia e Italia avevano già pubblicato delle flessioni. L’arretramento è stato di modesta entità dopo l’ottimo andamento registrato a gennaio e sinora, la produzione è in rialzo su base trimestrale e dovrebbe fornire un sostegno più solido alla crescita del PIL rispetto all’ultimo trimestre dell’anno passato. In generale, tuttavia, il settore industriale non pare particolarmente forte. A febbraio, la produzione industriale nell’area dell’euro ha frenato, mentre il PMI manifatturiero è migliorato in marzo, pur restando su livelli inferiori a quelli osservati nel corso della maggior parte del 2015. Gli effetti favorevoli legati al ribasso del greggio ed al deprezzamento dell’euro paiono destinati a indebolirsi, ma riteniamo che almeno in parte saranno compensati dall’incremento della domanda interna. In Giappone, l’espansione del credito e della massa monetaria hanno frenato ulteriormente, un mese dopo l’introduzione dei tassi d’interesse negativi. Sebbene un mese sia un periodo troppo breve per giudicare l’efficacia di questa misura, ciò mostra quanto sia difficile per una banca centrale stimolare l’espansione del credito, la crescita economica o l’inflazione. Persino lo yen – che è il principale canale di trasmissione dell’allentamento monetario molto ampio praticato dalla Banca del Giappone – è tornato a salire su livelli che non venivano registrati dall’inatteso allentamento annunciato nell’ottobre del 2014. La banca centrale, dunque, potrebbe ritenere opportuno il varo di nuove misure, eventualmente in occasione della prossima riunione dei vertici dell’istituto prevista per la fine del mese. Qualora la Banca del Giappone riuscisse ad indebolire lo yen, tale andamento potrebbe risultare positivo per il mercato azionario”.

ALLOCAZIONE DEGLI ATTIVI INVARIATA – Per van Leenders “l’impostazione prudente della distribuzione degli attivi non è stata modificata: deteniamo posizioni sottopesate nel segmento azionario dei paesi avanzati, in particolare in Europa, nel debito emergente denominato in valuta forte e nel comparto delle materie prime. Secondo i nostri esperti, infatti, questi segmenti di mercato hanno registrato rialzi eccessivi in tempi troppo rapidi, e gli indici azionari europei potrebbero essere particolarmente vulnerabili ai rischi legati alla situazione politica internazionale. Il sottopeso nelle materie prime è riconducibile anzitutto al carry significativamente negativo su questo attivo, ma riteniamo che sia il rapporto tra domanda e offerta che il livello elevato delle scorte di greggio non indicano l’insorgenza di pressioni al rialzo sui prezzi. Il gestore ha separato il sovrappeso nel debito societario USA tra titoli high-yield e investment-grade: valutiamo favorevolmente il carry offerto dai titoli societari USA e il contesto generale dell’economia statunitense caratterizzato da una crescita modesta, dalla prudenza della Federal Reserve e dal calo delle operazioni di fusione e acquisizione, particolarmente positivo per gli obbligazionisti. Tuttavia, l’indebitamento delle società è salito, accentuando il profilo di rischio di questo strumento finanziario, e dunque l’allocazione degli attivi riflette un atteggiamento lievemente più cauto da parte del gestore. Nel comparto valutario abbiamo adottato una posizione corta in sterline rispetto al dollaro USA. A nostro avviso, infatti, in base al tasso di cambio effettivo reale, la valuta britannica è sopravvalutata in generale e presenta un rapporto neutro/sopravvalutato rispetto al dollaro. Inoltre, i nostri analisti stanno riscontrando degli scricchiolii nella dinamica di crescita e nelle prospettive del bilancio pubblico del Regno Unito. Infine, attualmente la Gran Bretagna presenta un deficit commerciale e delle partite correnti ed ha registrato un calo degli investimenti esteri diretti, mentre la sterlina deve far fronte al rischio rappresentato dal referendum sulla permanenza nell’UE”.

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