Tra l’ottimismo e il buon senso

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di Redazione 29 Marzo 2013 | 10:57

Non si tratta quindi di curare le debolezze del sistema finanziario, quanto di agire con non rimandabile prontezza nel settore delle imprese


I lettori avranno compreso l’impostazione ottimistica nelle analisi che propongo. Tale atteggiamento non è comune fra coloro che commentano e analizzano le condizioni dei cicli economici. Diversamente, è tipico e indispensabile per gli imprenditori. Nella settimana scorsa i rappresentanti istituzionali di Confindustria e Confcommercio hanno palesato scenari incombenti molto negativi sulla scorta dei dati passati e prospettici disponibili.

È utile al lettore ricordare che mi occupo in prevalenza di sistema finanziario e che questo al momento presenta la sua componente mobiliare prevalente (i mercati) in condizioni di rialzo e di contenuta volatilità anche di fronte al dissesto degli Stati e del settore produttivo. Indici e spread danno per scontate le incertezze dell’economia reale e la speculazione non rinviene conveniente puntare sugli eventi attuali. Il malessere generato dall’eccesso di finanza rispetto alla dimensione dell’economia reale non influenza più tanto la salute della stessa quanto il quadro macroeconomico.

Non si tratta quindi di curare le debolezze del sistema finanziario (che dimostra di avere capacità quasi omeopatiche di bail-in nel riconsiderare le sue condizioni anche in assenza di regole imposte), quanto di agire con non rimandabile prontezza nel settore delle imprese, compresse tra credito rarefatto, redditività e capitalizzazione ridotte, domanda in calo non frazionale e forte dissociazione tra ritmo decrescente dei ricavi e quello ancora peggiore delle entrate.

Fanno eccezione eccellenze produttive e mercati di alta gamma, favoriti dalle esportazioni e dalla anelasticità dei mercati del lusso. Troppo poco per un Pil di 1.500 miliardi (purtroppo non più 1.600)? Consideriamo anche il tema della tassazione delle imprese. Sulle perdite non incide l’Ires, ma l’Imu e l’Irap agiscono anche in queste condizioni, soprattutto la seconda, laddove costo del lavoro e del debito sono alti. Si propone di detassare nuove imprese, si dovrebbe pensare anche a quelle esistenti capaci di generare ebitda. Non ottimista, un po’ pessimista, ma razionale.

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