Covid-19: si parla dell’Italia, ma 105 stati sono reticenti

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di Luca Spoldi 11 Marzo 2020 | 19:45

Tutti parlano del lock-down dell’Italia

Mentre da giorni giornali e televisioni in tutto il mondo parlano del “lock-down” (letteralmente “blocco”) dell’Italia, che coi suoi oltre 12 mila contagiati da coronavirus Covid-19 di cui, purtroppo, oltre 800 vittime preoccupa l’Europa (dove Germania, Francia e Spagna sono ormai oltre la soglia dei 2 mila contagi a testa, con forti sospetti che alcuni numeri siano sottostimati) e gli stessi Stati Uniti (ormai oltre la soglia dei 1.300 casi dichiarati), alcuni paesi continuano a nicchiare non rilasciando alcun dato sulla diffusione del virus e non adottando al momento alcuna misura di contenimento dell’epidemia.

La Turchia dichiara un solo contagiato

Se l’assenza della Groenlandia potrebbe essere legata al basso numero di abitanti (meno di 58 mila) e alla bassissima densità, meno probabile appare il caso della Corea del Nord che ufficialmente non dichiara alcun contagio, o della Turchia, che afferma di avere solo un caso di contagio, una persona “colpita da coronavirus in Europa e subito messa in quarantena” nonostante confini con l’Iran (salita sopra i 10 mila contagiati). Sempre in Europa, molto sospetto è anche il numero (solo 20 casi, di cui 3 dichiarati guariti) della Russia.

105 stati al mondo restano reticenti sul Covid-19

In tutto il mondo sono 105 i paesi che ancora non comunicano con regolarità o non comunicano affatto i dati sul diffondersi dell’epidemia da coronavirus Covid-19, cosa che accresce il rischio di eventuali ulteriori ondate infettive. Ignoti restano per esempio i numeri di stati come Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, di numerosi paesi asiatici e africani, dello Yemen, dilaniato da una guerra civile e già colpito da un’epidemia di colera e da una del virus influenzale H1N1, piuttosto che della Siria, dalla cui guerra migliaia di profughi cercano di fuggire, essendo ormai giunti ai confini tra Turchia e Grecia.

Oltre mille contagi negli Usa

Un caso a parte sono poi gli Usa. Dopo le polemiche seguite alla iniziale decisione dell’amministrazione Trump di rimuovere i poster del Cdc (Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie) presso i tribunali per l’immigrazione che riportavano, in inglese e spagnolo, avvertimenti sul coronavirus e suggerimenti su come prevenire la diffusione della malattia e la crescita dei contagi ufficiali oltre quota 1.300 si teme che in molti continuino a presentarsi al lavoro anche in caso di contagio.

Pesa assenza servizio sanitario universale

Senza un servizio sanitario universale pubblico, gli Usa registravano ancora a fine 2018 circa 28 milioni di lavoratori (il 10,4% del totale) del tutto privi di copertura assicurativa sanitaria, mentre un quarto dei lavoratori coperti da polizze assicurative sanitari (153 milioni di persone in tutto) ha una franchigia di almeno 2 mila dollari prima che la sua assicurazione copra le spese (e la franchigia media è comunque pari a circa 1.655 dollari). Cosa che, nonostante le rassicurazioni fornite da Trump in un discorso alla nazione, fa temere che alcuni milioni di lavoratori potrebbe preferire andare comunque a lavoro pur presentando sintomi di raffreddamento, facendo crescere il rischio di trasmissione involontaria del Covid-19.

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