Scudo, cogli l'attimo. Chi si prepara a mangiare la torta da 500 miliardi

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Lo scudo fiscale è una realtà; il Governo ha introdotto la nuova norma che consente il rientro dei capitali dall’estero e il dibattito politico si è infiammato.

di Private Banker14 agosto 2009 | 09:30

Le cifre in ballo sono considerevoli se si pensa che la stima dei capitali esteri degli italiani dovrebbe superare i 500 miliardi di euro e che nelle precedenti edizioni dello scudo fiscale oltre 73 milioni di euro sono stati rimpatriati o regolarizzati.

Ma piu che valutare l’equità e le modalità d’uso dello strumento va rilevata la grande opportunità per i professionisti di offrire un servizio di consulenza di alto profilo. Infatti le competenze necessarie per poter correttamente interpretare le varie opportunità che lo strumento scudo fiscale offre sono assai complesse e necessitano di una forte collaborazione fra vari soggetti specializzati. Bisogna infatti valutare le attività dei clienti e in particolar modo quelle detenute all’estero, non solo depositi e titoli, ma anche società, immobili e trust. Questo lavoro è spesso in carico al commercialista di fiducia del cliente, ma la necessità di confrontarsi con esperti finanziari, private banker o consulenti è evidente soprattutto per poter valutare correttamente asset spesso poco liquidi e non facilmente trasferibili senza incorrere in gravi perdite. E’ poi necesssario definire come procedere per il rimpatrio o la regolarizzazione, attività affidata dalla legge agli intermediari finanziari quali banche, società di intermediazione mobiliare, società di gestione del risparmio e fiduciarie.

Nelle analoghe esperienze del 2001 e 2003, la parte del leone l’hanno fatta le banche italiane, in particolare il gruppo [s]Intesa Sanpaolo[/s] e il gruppo [s]UniCredit [/s], ma fu anche un’occasione straordinaria per le banche svizzere che approfittarono dell’opportunità scudo per consolidare le loro attività in Italia, in particolare UBS, Credit Suisse e Banca del Gottardo. Oggi il mercato italiano del private banking vive una fase di crisi frutto di un anno orribile come il 2008 e del crollo di affidabilità di alcuni strumenti in voga negli scorsi anni: real estate, venture capital, titoli strutturati, corporate bond, hedge, gestioni alternative ed emerging markets. Insomma grandi delusioni e perdita di fiducia che hanno limitato lo sviluppo dei servizi e delle divisioni di private banking, un mercato con oltre 200 operatori che gestisce circa 500 miliardi di euro per 600.000 clienti. I consulenti sono oltre 12.000 includendo promotori finanziari, family office, e private banker di banche specializzate e banche con divisioni dedicate e i nomi sono sempre i soliti: Intesa Sanpaolo e UniCredit controllano circa il 50% del mercato private gestito dalle banche commerciali; UBS e Crédit Agricole sono leader fra le banche straniere; Banca Intermobiliare, Banca Esperia, Ersel e Kairos primeggiano fra gli operatori specializzati, per finire con le reti di promotori che vedono Banca Fideuram e Azimut come i leader incontrastati.

Un ruolo importante potrà essere svolto dai nascenti family office e consulenti finanziari indipendenti che per la prima volta potrebbero essere il fulcro attorno al quale fare ruotare tutte le varie attività, che richiedono soggetti e competenze diverse, ma necessitano anche di coordinamento e di una visione indipendente.

E’ certamente una grande opportunità per questi professionisti poter affiancarsi alla clientela con nuove proposte che valutino le nuove esigenze emerse e che in un contesto allargato che consideri gli asset in gestione in Italia e quelli eventualmente detenuti all’estero, consentano una nuova pianificazione di medio lungo periodo.

Inoltre per gli imprenditori questa è una occasione unica per poter rifinanziare le attività che oggi soffrono per carenza di liquidità, non a caso il provvedimento del Governo contempla sgravi per agevolare la ricapitalizzazione delle imprese.

Oltre a cio bisognerà valutare anche quali strumenti finanziari consentano una fiscalità futura piu adeguata, tenuto conto che alcuni asset sono attualmente fortemente penalizzati all’interno dei portafogli delle gestioni, vedi quote di fondi hedge non armonizzati o quote di società di venture capital.

Un altro elemento da considerare è la localizzazione dei fondi e degli asset, infatti se è certo che gran parte si trovano in Svizzera è anche vero che la norma introdotta prevede modalità di rientro diverse a seconda dei paesi in cui i capitali sono depositati. L’occasione è poi unica per fornire una consulenza che preveda e ottimizzi gli aspetti successori che spesso per pigrizia o scaramanzia vegono accuratamente rimandati, ma che in una fase di attenta pianificazione diventano una priorità.

Insomma, mai come in questo momento si avvertono le condizioni per fornire una vera consulenza che unisca le varie competenze che i professionisti della finanza devono avere per definirsi tali, con la possibilità di collaborare con diverse figure professionali che, nel rispetto delle specifiche competenze possono fornire al cliente quella consulenza tante volte invocata. Carpe diem.


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