Le Banche Centrali non possono fare nulla

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di Finanza Operativa 7 Giugno 2016 | 15:30

Ad aprile il chief economist di Saxo Bank Steen Jakobsen ha dichiarato che i tassi nulli, la crescita a zero e l’assenza di riforme hanno lasciato molti paesi in uno stato di “nuovo nulla”.  Le conseguenze, secondo Jakobsen, includono l’apatia, la stagnazione e “una prospettiva economica basata più su quello che c’è nella testa delle persone che sulla realtà”. Sul piano culturale, ha proseguito, la diffusa mancanza di dinamismo e nuove idee ha favorito una classe politica che “principalmente interessata a mantenere lo status quo”, anche se si tratta di uno status quo che fornisce rendimenti nettamente decrescenti.
A poco più di un anno, ci troviamo, almeno per quanto riguarda economia e politica monetaria, profondamente estasiati da questa combinazione di un continuo “stato di emergenza”. Tuttavia, dal punto di vista culturale e politico, negli ultimi 12 mesi hanno dimostrato più e più volte che la natura detesta il vuoto.
In Europa, ad esempio, assistiamo alla seconda economia dell’Unione Europea che vota per smettere di farne parte. Negli Stati Uniti, le candidature del senatore democratico Bernie Sanders e di quello repubblicano Donald Trump hanno beneficiato enormemente dalla diffusa frustrazione, specialmente per quanto riguarda il commercio, dove entrambi i candidati – uno di estrema sinistra e un populista di destra – hanno puntato il dito contro un settore manifatturiero in declino e una ripresa che non ha toccato i posti di lavoro dei “capofamiglia” come segni che il paese sia stato portato fuori strada.
L’elenco non finisce qui. Dalla crisi europea dei migranti europea all’ascesa di partiti politici di estrema destra, come il tedesco Alternative für Deutschland e il francese Front National; dallo stallo apparente della Federal Reserve allo stimolo quasi permanente della Banca Centrale Europea, negli ultimi 12 mesi hanno dimostrato che il “nulla” nutre l’irrequietezza.
Con questo in mente, abbiamo discusso con Jakobsen di questo situazione e della sua visione per l’economia globale.
TradingFloor.comLa tesi del “nuovo nulla ” si basava su tassi, crescita e riforme nulli, contagiando anche cultura e politica… questi elementi macro ostacolano la fantasia della gente, o la loro capacità ad affrontare il problema?
Steen Jakobsen: Penso di sì. Quest’anno, vediamo un crescente divario tra approccio delle banche centrali e la realtà. La gente capisce che i tassi di interesse a zero sono un riflesso di crescita, inflazione, riforme e speranze di cambiamento nulle. A mio parere, come economista ed osservatore del mercato, le persone sono più intelligenti delle banche centrali. E proprio perché sono più intelligenti, possono convivere con gli errori politici per un po’, perché persone come Draghi e la Yellen hanno questi piedistalli da cui non solo parlano, ma di tanto in tanto gridano, pur essendo considerati “credibili”…
Vediamo questa lacuna anche nel dibattito sulla Brexit, dove l’élite e gli accademici parlano dall’alto verso il basso all’elettore medio, alienandolo.
Questo è quello che vediamo a livello globale, ed è per lo stesso motivo che il Brasile sta per cambiare presidente e l’Irlanda non ha potuto vedere il suo governo rieletto con una crescita del 6%. Non si tratta dei piani alti, ma del cittadino medio che ha bisogno di realtà, di cambiamento fondamentale.
TF: All’inizio di quest’anno, ha detto che il contratto sociale – l’accordo tra governanti e governati – si è rotto. Mi ha fatto pensare a Davos, che ha mostrato una classe dirigente terrorizzata del rallentamento della crescita di posti di lavoro e innamorato dell’idea che si possa affrontare questo problema con i movimenti delle popolazioni. Data l’attuale impopolarità della globalizzazione e dei suoi effetti, vuoi dire che c’è qualcosa di impossibile per i leader del XXI? Un nuovo contratto sociale è impossibile?
SJ: No, potrebbe essere ripristinato, ma avrebbe bisogno di essere stabilito sulla terraferma. In questo momento, abbiamo una panacea, sotto forma di tassi bassi, e un’idea che le cose in qualche modo possano migliorare in sei mesi, portando a programmi di riacquisto, ad una mancanza di motivazione [e a tutto il resto].
Come società, dobbiamo riconoscere che la produttività proviene dall’innalzamento del livello medio di istruzione. La gente dimentica che tutte le tendenze rivoluzionarie, i cambiamenti che abbiamo visto nella storia, sono venuti dalla ricerca di base. Non voglio parlare di ricerca guidata dal profitto, ma del particolare interesse di un individuo riguardo un argomento specifico. È questo ciò che crea nuove invenzioni.
La seconda cosa che spesso ci si dimentica è che dietro gran parte della rivoluzione industriale c’è stato l’esercito. La telefonia mobile, ad esempio, non aveva niente a che fare con i cittadini privati o con le aziende – invece, ha avuto molto a che fare con le forze armate USA.
Abbiamo bisogno di essere più produttivi. Se ognuno avesse un lavoro, non avremmo alcuna necessità di rinegoziare un contratto sociale.
Il mondo è diventato elitario in ogni modo. Prima, si poteva aprire un nuovo business con un piccolo franchising; ora si deve essere globali, è necessario disporre di un miliardo di utenti (per una società IT), e non necessariamente li si ottiene offrendo le migliori tecnologie, ma solo quelle più grandi, quelle sostenuta da imprese con le tasche più profonde e una migliore rete di connessioni.
Abbiamo bisogno di democratizzare l’accesso alla formazione, perché non sappiamo cosa funzionerà e cosa no. Quello che sappiamo è che il contratto sociale deve provenire da livelli di istruzione migliori.
Esiste un gran numero di studi che mostrano una correlazione – in termini statistici un R quadro – dell’80% tra l’istruzione media di una società e la produttività della stessa.
TF: Ha parlato di domanda e offerta e di cambiamenti demografici. Prima che Angela Merkel lanciasse il programma per i rifugiati, che ha visto arrivare in Germania oltre un milione di persone, ci sono stati diversi rapporti di banche comunitarie e di think-tanks che richiedevano un’iniezione di nuova forza lavoro in Europa. Perché una simile richiesta se la crescita e il mercato del lavoro erano bloccati a zero?
SJ: Ci sono due lati. Il report dell’Organisation for Economic Co-operation and Development su immigrazione e migrazione, ad esempio, mostra che nella storia dell’immigrazione europea, il 75% di tutti gli immigrati sono diventati contribuenti produttivi entro un anno del loro arrivo.
Se si riesce a mantenere quel tasso di inclusione del 75%, l’immigrazione può fornire una spinta enorme in termini di iniezione di lavoratori in un contesto demografico vacillante. Si tratta di giovani, di una multiculturalità aggressiva, che sta per aggiungere colore e sapore ad un continente che è stato troppo omogeneo per troppo tempo.
TF: Ma non è proprio questa differenza ciò che è attualmente così impopolare, ciò che sta alimentando l’ascesa del nazionalismo di destra e di altri simili movimenti?
SJ: Le persone hanno sempre paura del cambiamento. Siamo programmati per desiderare oggi di essere simili a ieri. Non abbiamo alte aspirazioni.
D’altra parte, le persone migliorano quando sono messe in discussione. Mentre la narrazione politica sui rifugiati potrebbe seguire lo script appena steso, per un economista come me è molto chiaro: l’immigrazione è positiva.
Naturalmente, se sapessimo ora che la capienza massima [di migranti in arrivo] fosse, per ipotesi, 3 milioni nel corso dei prossimi 10 anni, l’Europa potrebbe facilmente adattarsi e offrire a queste persone posti di lavoro. Il problema è che al momento abbiamo un numero non definito, il che è politicamente – e non economicamente – visto come un problema.
Non vi è nulla di empirico che ci dice che i rifugiati siano un problema. Si può sfidare il tessuto sociale, si può sfidare lo spettro politico, ma per me questa è una buona cosa – abbiamo bisogno di apertura.
Esistono rischi? Sì, com’è un rischio fondare una startup, o salire in sella ad una moto per la prima volta. Non credo che ci sia nulla nella vita che non venga raggiunto con un po’ di dolore. Penso che abbiamo bisogno di un po’ di dolore per migliorare.
TF: Abbiamo accennato all’ampliamento dello spettro politico, come al crescente interesse per l’estrema sinistra, ma penso, in particolare,  che stiamo vedendo più interesse per l’estrema destra con FN, AFD e Donald Trump. Ora, gran parte di questo sostegno deriva dalla percezione che la globalizzazione – NAFTA, TPP, produzione cinese – abbia danneggiato i lavoratori degli Stati Uniti, e che la soluzione sia quindi il protezionismo. Ma come sarebbe un mondo in cui gli Stati Uniti emanano politiche protezionistiche?
SJ: L’ironia è che viviamo già nel protezionismo. I volumi e il valore degli scambi sono collassati negli ultimi 24 mesi. Se si guarda alle trattative commerciali sotto l’ombrello del WTO, non hanno ottenuto assolutamente nulla dall’inclusione della Cina.
Ci sono anche i segni, pratici ed economici, che si possa avere un eccesso di divisione del lavoro. Si può effettivamente arrivare ad un punto in cui si raggiunge un deficit altissimo in un paese e un surplus di pari portata in un altro, se il paese in deficit non ha la capacità di rispondere alla propria condizione, che sia per mezzo di una valuta più debole, o con una maggiore produttività.
Gli Stati Uniti sono il primo esempio di questo fenomeno, ed è proprio per questo motivo che Trump sta avendo così tanto successo.
Trump sta avendo un buon momento, non tanto perché abbia ragione riguardo al protezionismo contro il libero scambio, quanto, piuttosto, poiché ci troviamo alla fine di un ciclo in cui gli Stati Uniti hanno tratto massiccio beneficio dalla riduzione dei prezzi all’importazione di beni di consumo, che costituiscono il 70% dei consumi del paese.
Se, come Trump vuole, un iPhone dovesse essere prodotto negli Stati Uniti, costerebbe 2,000 $ se non di più. Questo è il motivo per cui Trump si sbaglia – se così fosse, non vedremmo le vendite cui assistiamo attualmente e nemmeno i prezzi azionari che abbiamo adesso sui mercati.
TF: Non si tratta, quindi, di sostenere che i salari reali sono stagnanti e che, se la classe lavoratrice e la produzione restassero negli Stati Uniti, la gente potrebbe non essere così dipendente da prezzi bassi?
SJ: Questo è un argomento circolare. Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno più una base produttiva competitiva. Il lavoratore statunitense sa fare bene il proprio lavoro, ma è estremamente più costoso. La differenza di prezzo tra la produzione di scarpe Nike negli Stati Uniti rispetto al Vietnam è, con una stima, di uno a 10, se non di uno a 20. Se si desidera pagare 500 $ per un paio di scarpe da ginnastica, va bene la versione di Trump. La realtà, come con tante cose nella vita, si trova in mezzo (tra Trump e la globalizzazione).
TF: Infine, ha detto che il continuo stato di emergenza è malsano, sebbene si tratti della realtà verso cui le banche centrali sono dirette – tassi negativi, tassi nulli. Dopo l’unico rialzo dei tassi USA cui abbiamo assistito, abbiamo visto una consistente ritirata dal progetto di normalizzazione statunitense.
Se le continue misure di emergenza sono malsane, ma quella che è probabilmente l’economia più forte del mondo è in fase di stallo sulla strada della normalizzazione, cosa possono fare i banchieri centrali?
SJ: Non possono e non dovrebbero fare nulla. Dovrebbero andarsene.
Se si guarda alla storia monetaria prima della formazione della Banca d’Inghilterra – la prima banca centrale al mondo – si osserva che i cicli economici erano più stabili al tempo. Fin dalla fondazione della BoE e della Fed, 102 anni fa, abbiamo assistito a numerosi cicli economici alti e bassi.
Il problema è che il sistema monetario frazionario si basa sull’accesso al credito e le uniche istituzioni che possono fornirlo in questo sistema sono le banche. Le banche centrali mantengono vivi questi istituti con una mano, mentre li soffocano con l’altra, rendendo il sistema meno efficiente.
Osserviamo un circolo vizioso molto negativo scatenato dalle banche centrali. Non sono le uniche colpevoli, naturalmente; potrebbero ribattere dicendo che la politica monetaria non possa funzionare da sola, necessitando di stimoli fiscali… ma è tutto senza senso. Le società sopravvivono creando contesti in cui le persone possano essere produttive grazie alla ricerca di base, che è a sua volta legata ai livelli di istruzione generale.
Vorrei concludere questo piccolo discorso dicendo che sono molto positivo. Credo che [la reazione al nuovo nulla] sia quanto di meglio sia accaduto negli ultimi 10 anni, perché ora la gente sta cominciando a parlare del contratto sociale. Stiamo mettendo in discussione il modello delle banche centrali.
Potrei sbagliarmi con tutte queste critiche, ma non sto sbagliando nel dire che si possa ottenere produttività grazie a incentivi ed educazione. Se alleno una squadra di calcio, non cerco di migliorare le prestazioni dei miei giocatori facendogli mangiare pizza ogni giorno, che è invece quello che stanno facendo le banche centrali. Ci stanno alimentando a pizza e hamburger ogni volta che abbiamo bisogno di cibo (ossia programmi di formazione, istruzione, stimoli intellettuali).
Questa è senza dubbio la migliore strada da percorrere: significa che i nostri figli potrebbero essere meglio istruiti, potrebbero avere più accesso alle informazioni e, auspicabilmente, potrebbero vedere un miglioramento del panorama politico. Questo, naturalmente, sarebbe un traguardo di grande portata in ogni sfera politica, ma saranno gli onesti a sopravvivere, quelli che ascoltano entrambi i lati prima di procedere in modo razionale e disciplinato.

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