Consulenti, ecco la parola d’ordine per il 2021

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di Andrea Giacobino 12 Gennaio 2021 | 10:29
Il rapporto umano. Sarà lui il protagonista dell’anno appena iniziato.

Inizia il nuovo anno e c’è da sperare che sarà migliore del 2020. Perché al netto degli ottimi risultati conseguiti nel 2020 dall’industria italiana della consulenza finanziaria, i 12 mesi trascorsi segnati dalla pandemia avranno gravi ricadute economiche. Vero è, però, che due studi usciti a dicembre scorso lasciano ancora ben sperare per il mestiere dell’advisor. Secondo il “Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane” redatto da Consob, cresce la domanda di consulenza finanziaria e con essa anche le aspettative di competenza dei professionisti da parte degli investitori che ancora non possono fare a meno del tocco umano rispetto a quello tecnologico dei robo advisor. Dal rapporto, condotto attraverso interviste agli investitori, i consulenti finanziari emergono ancora come figure cruciali. Tra i dati principali, spicca che nel 2020 è aumentata la quota d’investitori che consultano più fonti di informazione (43%) e per il 53% l’esperto rimane la fonte primaria. È inoltre aumentata la propensione ad affidarsi a un consulente (nel 41% dei casi, +11% rispetto a quanto registrato dallo stesso studio nel 2019). Gli investitori si aspettano dal loro professionista di riferimento prima di tutto competenza (nel 37% dei casi), assenza di conflitto d’interesse (36%) e chiarezza per avere il miglior supporto possibile nelle scelte d’investimento (26%). Per un servizio di qualità, il 32% degli interpellati si è detto disposto a pagare, mentre il 52% ritiene di non sostenere un costo per la consulenza.

Nell’ambito dello scambio informativo tra consulente e cliente, spicca il 61% di quelli che chiedono sempre i parere del proprio professionista di fiducia quando ricevono una raccomandazione d’investimento. Nel 21% dei casi, gli investitori informano sempre il proprio consulente sui cambiamenti rilevanti. Due clienti su tre hanno interagito con il proprio consulente durante l’ultimo anno (un dato in calo del 5% rispetto al 2019). Non sempre, tuttavia, nei periodi di massima turbolenza sui mercati i clienti sono stati contattati e rassicurati direttamente dal loro professionista. Infatti, solo il 15% è stato contattato dal consulente, mentre il 21% ha ricevuto un’informativa scritta. Un aspetto, questo, forse da migliorare poiché i risparmiatori hanno bisogno del tocco umano del professionista e ancora si fidano poco delle tecnologie digitali e dei robo-advisor. Solo il 31% del campione, infatti, si ritiene interessato a quest’ultimo servizio, che ancora non sfonda per basse competenze digitali dei risparmiatori, generale preferenza per il professionista umano e sfiducia circa l’affidabilità dell’algoritmo. La ricerca Eumetra “Risparmio e consulenza, insieme per il rilancio del Paese” presentata da Assoreti conferma lo scenario sopra descritto: la richiesta e il bisogno di una consulenza di qualità cresce ed è anzi considerata un bene sociale, utile per tutti (85%), non solo per i grandi patrimoni. Circa la metà degli italiani riconosce il contributo offerto dagli operatori della consulenza finanziaria nel sostegno al sistema produttivo e li considera come interlocutori chiave per il futuro, nel supporto alle imprese (71%), alle famiglie (66%) e allo stato (44%).

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