Guerre commerciali, un’alternativa alla soia americana per la Cina

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di Finanza Operativa 26 Luglio 2018 | 17:30

A cura di Raiffeisen Capital Management

Finora, la retorica del presidente Trump è stata ben accolta dall’elettorato USA, soprattutto perché gli effetti negativi sull’economia degli USA finora sono stati pochi o soltanto molto limitati. Almeno fino alle elezioni di novembre, dunque, il presidente USA dovrebbe essere poco intenzionato a cambiare rotta.
La Cina, a sua volta, non ha alcun incentivo per cedere, tanto più che le misure USA mirano apertamente a ostacolare il suo sviluppo economico. E potrebbe persino ricevere un sostegno indiretto dall’UE, la quale è, a sua volta, nel mirino dei dazi punitivi statunitensi.

In linea di principio, i dazi punitivi, i divieti di importazione e simili continuano a essere considerate misure che devono finire al più presto e che (presumibilmente) causano pochi danni irreversibili. Questo riduce il margine per farne uso, anche se solo come gesto minaccioso “in realtà solo temporaneo”.
Nel caso che coinvolge Stati Uniti e Cina si aggiunge il fatto che il governo statunitense presume che la Cina stia esaurendo già adesso i mezzi per sopperire alla mancanza di relative importazioni dagli USA. Probabilmente, il presidente Trump crede, anche per questo, che la guerra commerciale sia facile e veloce da vincere.

Naturalmente, questo potrebbe rivelarsi anche un errore di calcolo. Ad esempio, la Cina attualmente non ha modo di acquistare altrove i quantitativi di soia che importa dagli Stati Uniti. Ma paesi come l’Argentina, il Brasile e sempre più la Russia si stanno già facendo avanti per cogliere questa opportunità. È abbastanza probabile che la Cina sarà in grado di trovare un’alternativa sufficiente molto più velocemente di quanto non si pensi al momento e i produttori di soia USA saranno tra i grandi perdenti permanenti, se il conflitto continuerà per anni. Quindi, come sempre nelle guerre commerciali, ci saranno alcuni vincitori e molti perdenti, e molti probabilmente in paesi che non sono direttamente coinvolti nel conflitto.

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