Guerra commerciale, guerra valutaria, volatilità: il caldo agosto dei mercati

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di Stefano Fossati 14 Agosto 2019 | 15:00

A cura di Joseph V. Amato, Presidente e Chief Investment Officer Equities di Neuberger Berman

I flussi di notizie hanno preso ancora una volta una piega negativa, ma i mercati azionari sono lungi da un’esuberanza irrazionale. In teoria, questi dovrebbero essere i tranquilli giorni della “canicola” estiva.

Il mese di luglio ci ha ingannato presentandoci, per quanto riguarda gli Stati Uniti, utili migliori del previsto per il secondo trimestre, un robusto andamento delle vendite al dettaglio e ottimi dati sull’occupazione non agricola e, per quanto riguarda la Cina, segnali rassicuranti di un’imminente ripresa della crescita.

Certo, gli investitori non hanno gradito eccessivamente il taglio di soli 25 punti ai tassi di interesse da parte della Federal Reserve e neppure il messaggio storpiato diffuso l’ultimo giorno del mese dalla banca centrale sulle intenzioni di politica monetaria. Ciò nonostante, agosto si è aperto con dati ancora una volta molto positivi per l’occupazione statunitense e vendite al dettaglio molto migliori del previsto in Europa, evidenziando che, a dispetto del tangibile scivolone del settore manifatturiero, i consumatori del Vecchio Continente nutrono una fiducia sufficiente a mantenere l’economia in marcia.

Guerra commerciale o guerra valutaria?

Iniziato da neanche un giorno, il mese si è messo subito a “shakerare” un altro cocktail di volatilità estiva a base di notizie frastornanti e liquidità di mercato irregolare, che ha costretto gli investitori a prendere le misure con due nuovi sviluppi in particolare.

Il primo è stata la repentina svolta delle politiche statunitensi in materia di dazi che ha portato il confronto tra Cina e Stati Uniti a un livello completamente nuovo. L’idea che un accordo potrebbe non essere affatto raggiunto e che la guerra commerciale potrebbe evolversi in direzione di una costante escalation ha scosso profondamente il mercato. La gravità di un simile esito non potrebbe essere ignorata neppure dalla volubile amministrazione statunitense attualmente in carica. Restiamo dell’avviso che un accordo commerciale versione “light” verrà alla fine raggiunto, ma siamo anche dell’idea che la lotta per la supremazia tecnologica andrà probabilmente avanti per parecchi anni.
Il secondo sviluppo è la constatazione che la Cina, non appena cessa di intervenire a sostegno della propria valuta, diventa una manipolatrice valutaria.

Di fatto, la Cina si è dimostrata per anni molto propensa a sostenere il renminbi, avendo più a cuore di mantenere vivi gli afflussi di capitali esteri che non di perdere qua e là una manciata di punti base nella crescita del Pil. Ma anche ammesso che causasse un indebolimento della propria moneta, la Cina si troverebbe ad affrontare un’agguerrita concorrenza in quella che sembra essere una corsa globale al ribasso. Tutte le principali economie stanno cambiando le proprie politiche monetarie per stimolare l’attività interna attraverso una riduzione dei tassi e la conquista di un vantaggio competitivo in termini valutari. La stessa Casa Bianca non ha esitato a fare affidamento sulla Fed per aprire i rubinetti. A volte pare che la Cina sia l’unico Paese desideroso di avere un tasso di cambio stabile.

La volatilità potrebbe non abbandonarci tanto presto

Lunedì scorso quando lo scambio di dichiarazioni sul fronte commerciale si è infiammato, la reazione dei mercati è stata violenta. I principali indici azionari statunitensi hanno lasciato sul terreno il 3%, lo scivolone peggiore di tutto il 2019. I rendimenti obbligazionari sono calati drasticamente in tutto il mondo e le curve si sono appiattite. È risaputo che un abbassamento dei tassi può fungere da stimolo, ma prima o poi gli investitori potrebbero iniziare a chiedersi se il livello dei rendimenti non sconti piuttosto una flessione, con il rischio di un aumento delle vendite sui mercati azionari. Sarebbe facile giungere alla conclusione che gli eventi di lunedì scorso sono stati il preludio di una consistente correzione di un mercato salito ben oltre i livelli accettabili.

Ma gli asset rischiosi sono davvero così vulnerabili? Alla luce degli ultimi utili pubblicati, le valutazioni sembrano corrette e la forte flessione di dicembre potrebbe causare l’illusione ottica di un considerevole rialzo azionario da inizio anno. Osservando i rendimenti su 12 mesi alla chiusura della volatile sessione di lunedì, è sorprendente osservare che l’S&P 500 ha guadagnato appena l’1,8%, le azioni europee hanno perso più dell’1% e i mercati emergenti quasi il 4%. Il calo del Russell 2000 Index, che monitora le small cap statunitensi, è addirittura in doppia cifra.

Essere costretti a scansare sorprese nello scenario geopolitico commerciale e valutario non è affatto d’aiuto e le incertezze che aleggiano attorno a questi problemi costituiscono attualmente un grosso freno per la crescita globale. La volatilità potrebbe non abbandonarci tanto presto. Ma i mercati sono lungi da un’esuberanza irrazionale – per parafrasare le note parole di Alan Greenspan – e questo potrebbe rassicurare gli investitori abbastanza da rimanere concentrati sui decorosi dati in arrivo sul fronte degli utili, dell’occupazione e dei consumi e sulle azioni preparatorie delle banche centrali per un modesto allentamento di metà ciclo.

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