Mercati di Frontiera, il meglio deve ancora venire

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 21 Dicembre 2016 | 19:00

A cura di Emre Akcakmak, gestore del fondo East Capital (Lux) Frontier Markets

La trasformazione che hanno vissuto i frontiers ha subito un’accelerazione nell’ultimo biennio. Alcune elezioni chiave, il calo del prezzo del petrolio e i deflussi dal mercato azionario hanno coinciso con una crescente domanda di cambiamenti politici e la necessità di aprire ulteriormente il mercato di alcuni di questi mercati. Oggi crediamo che siano state gettate, o rinforzate, le basi per buone performance future nella maggioranza dei mercati di frontiera.

L’Argentina è uno di quei mercati in cui crediamo sempre di più, dato che ai cambiamenti politici sta facendo seguito un processo di riforme iniziato dal neo presidente Macri. Il peso è stato riportato a tassi di cambio di mercato, alcune tasse all’esportazione sono state rimosse e alcuni sussidi al commercio ridotti. Elemento ancora più importante è stato il ritorno del Paese sul Mercato internazionale dei capitali lo scorso aprile, con la vendita della cifra record di 16.5 miliardi di dollari di titoli di Stato, la prima negli ultimi 15 anni. Siamo molto soddisfatti del robusto rialzo del Mercato (circa + 25%, in dollari da quando abbiamo incrementato la nostra esposizione al Paese da inizio anno) e dall’annuncio del possibile reintegro  nel novero degli Emergenti da parte dell’MSCI a giugno del 2017. Abbiamo fiducia soprattutto nelle banche, dato che riscontriamo lo sviluppo di un significativo tema in materia di penetrazione del mercato dopo anni di recessione che avevano lasciato il rapporto credito/Pil del settore bancario privato appena al 14%.

Un altro mercato su cui siamo fiduciosi è il Pakistan, grazie alla combinazione di una stabilità politica senza precedenti e un processo di riforme in corso da 3 anni, senza dimenticare il programma del Fmi. La crescita dell’economia è intorno al 5% annuo mentre l’inflazione è sui livelli più bassi degli ultimi 10 anni (circa 4%). Inoltre, il massiccio programma CPEC (China-Pakistan Economic Corridor), recentemente aumentato da 46 a 51 miliardi, è già partito con un orientamento chiaro verso gli investimenti infrastrutturali. Ulteriore spinta significativa è arrivata dalla decisione dell’MSCI di includere il Paese tra gli Emergenti, fattore che ha fatto guadagnare circa il 30% al mercato da inizio anno. Nonostante la performance straordinaria, riteniamo che l’azionario pakistano sia ancora il più attraente tra i frontiers e gli Emergenti, con valutazioni a un multiplo prezzo/utile non caro, a 8,9 volte per il 2017. Siamo particolarmente interessati alle banche e ai cementifici per le loro valutazioni interessanti, alti dividend-yield, in media intorno al 5%, e un’ampia attività di investimenti legati al CPEC.

Il Vietnam, una delle economie che sta correndo di più al mondo, con un tasso di crescita di circa il 6% annuo, sta alleggerendo i limiti sulla proprietà straniera di numerosi titoli, tra cui la principale società di prodotti caseari, Vinamilk. Inoltre, è appena iniziata un’ondata di privatizzazioni tramite la quotazione dei due principali birrifici nazionali negli ultimi due mesi, così come quella dell’operatore aeroportuale ACV a novembre. I titoli vietnamiti sembrano cari, con un multiplo prezzo/utile atteso per il 2017 pari a 14, ma riteniamo che le prospettive di crescita giustifichino le valutazioni apparentemente alte, soprattutto nei settori legati ai consumi.

In Arabia Saudita lo scorso giugno è stata presa la decisione fondamentale di aprire il mercato agli investimenti stranieri diretti. Il prossimo passo sarà l’IPO di Aramco, di gran lunga il maggiore produttore di petrolio a livello globale, nel tentativo di incrementare investimenti esteri e trasparenza. Pur avvertendo che l’economia nazionale sarà messa sotto pressione, riteniamo che le significative storie di crescita secolare trainate dalla bassa età media della popolazione offrano buone opportunità nel lungo periodo, spesso con buoni punti di ingresso grazie alla tipica elevata volatilità del mercato. Al momento siamo investiti in un’assicurazione sanitaria e un rivenditore di generi alimentari.

Egitto e Nigeria, sulla scia della loro decisione di lasciare le rispettive valute libere di muoversi come conseguenza della pressione fiscale, stanno provando a cambiare il proprio destino. L’Egitto, che ha assistito ad una svalutazione della propria divisa di circa il 50%, con un nuovo programma triennale del FMI del valore di 12 miliardi di dollari sta proponendo misure esaurienti per dare una svolta alla propria economia. Le migliori opportunità sono soprattutto tra gli esportatori (ad esempio un produttore di tappeti che esporta in oltre 60 Paesi) sulla scia della debolezza della sterlina egiziana. Anche la Nigeria sta provando a rafforzare la propria economia nella fase di petrolio a più basso costo, tuttavia, resta ancora da vedere quanto tumultuoso sarà il percorso di quella che è la più grande economia africana, anche alla luce degli sforzi finora vani di raggiungere un risultato significativo.

Infine, per l’Iran, è possibilmente già passato il peggio dopo che le sanzioni hanno colpito duramente l’economia tra il 2012 e il 2015. L’inflazione è calata drasticamente da più del 40% a meno del 10%, e il Rial si è stabilizzato da metà del 2015. In attesa di accogliere con interesse gli investitori stranieri, la borsa di Teheran quest’anno si è attestata tra i mercati più performanti, con un rialzo in dollari del 21% e valutazioni ancora interessanti, con un multiplo prezzo/utile atteso per il 2017 pari ad appena 7 volte.

Nel complesso, vero è che i frontiers come asset class abbiano di recente registrato performance inferiori rispetto agli Emergenti. Ma, considerati singolarmente, sono in vari a registrare le migliori performance a livello globale. E le ragioni di ottimismo non mancano. Il processo di trasformazione, che spesso non viene notato, ha subito un’accelerazione, soprattutto nell’ultimo biennio, e ha gettato le basi affinché questi titoli mettano a segno performance pari a quelle degli omologhi sui mercati Emergenti. Inoltre crediamo che i frontiers uniscano anche il vantaggio di essere guidati principalmente dalla crescita interna e dai processi di riforma, soprattutto in una fase in cui vi sono preoccupazioni sulla debolezza del commercio globale per gli Emergenti. Con le principali tornate elettorali alle spalle, l’implementazione delle misure di austerità e le ampie svalutazioni delle divise ormai avvenute e valutazioni che appaiono più attraenti che mai – circa al 15% di sconto rispetto agli Emergenti e 35% nei confronti dei Paesi sviluppati – riteniamo fermamente che il meglio debba ancora venire.

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