G20 positivo, ma la pace tra Stati Uniti e Cina non è dietro l’angolo

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di Stefano Fossati 4 Luglio 2019 | 09:30

A cura di Fabiana Fedeli, Global Head of Fundamental Equities di Robeco

Il raggiungimento di un’intesa sul piano commerciale sarebbe cruciale per i mercati azionari. Incontrando figure di spicco del mondo della finanza, funzionari governativi e analisti di centri di ricerca provenienti da Stati Uniti e Cina, abbiamo cercato di trovare una risposta alla domanda chiave: quando arriverà un accordo?

Nel 2018 gli Stati Uniti avevano messo in campo la “prima ondata” di minacce di dazi contro la Cina e sposavano una linea dura. Anche chi non simpatizzava per il modus operandi di Trump sembrava riconoscere le ragioni alla base delle minacce. All’epoca, la compagine cinese risultava meno aggressiva, molto più conciliante e più interessata a comprendere a cosa Washington puntasse realmente.
Dodici mesi dopo, i ruoli sembrano ribaltati. Molti cinesi sono vicini a una linea più dura rispetto agli americani: è opinione diffusa che l’obiettivo degli Stati Uniti fosse in realtà quello di umiliare la Cina piuttosto che negoziare un accordo per ragioni economiche. L’anno scorso alcune figure dell’universo cinese accennavano alla possibilità che il presidente Xi avesse scatenato le ire degli Stati Uniti e del resto delle economie sviluppate sul Dragone, adottando un’eccessiva aggressività con il piano Made in China 2025. Quest’anno sostengono invece pienamente la posizione del presidente cinese.

Tra gli americani è ora in scena un grande dibattito circa il potenziale impatto dei dazi sull’inflazione interna, sugli utili societari e, più in generale, sull’economia statunitense nel suo complesso. I pareri sono divergenti: alcuni pensano che il Paese continuerà a riportare buoni numeri di crescita e bassa inflazione, mentre altri cominciano a preoccuparsi delle implicazioni a medio termine per l’economia. È aumentata anche la frustrazione nei confronti dell’amministrazione Trump e della mancanza di una vera e propria strategia a lungo termine della sua (per così dire) politica economica.

Altri temi che stanno avendo grande visibilità sono Huawei e le controversie in materia di proprietà intellettuale. In particolare, il problema del furto di proprietà intellettuale e del mancato rispetto delle sanzioni è reale e sempre più diffuso tra le aziende cinesi (per esempio, la pratica di intasare l’ufficio brevetti statunitense con centinaia di domande fasulle per distogliere la sua attenzione). Pertanto, anche se un eventuale accordo includesse una tregua nel breve periodo (e questo è un grande ”se”’), la battaglia sulla proprietà intellettuale è destinata a continuare. La dichiarazione del presidente Trump al G20, secondo cui le aziende statunitensi potrebbero continuare a vendere prodotti a Huawei, è un primo segnale positivo, ma potrebbe essere facilmente ritrattata o non essere seguita da un più approfondito patto.

Guardando alle implicazioni per gli investimenti, continuiamo a ritenere che un accordo commerciale sia importante per i mercati azionari. Non solo semplicemente dal punto di vista del sentiment, ma più concretamente a causa dell’impatto dei dazi sugli utili societari sia direttamente (come l’impatto sui margini se i dazi non riusciranno a essere completamente trasferiti sulla clientela) che indirettamente (come l’impatto potenziale sulla domanda e i maggiori costi derivanti dalla riorganizzazione della supply chain). Non dimentichiamo che gli utili rimangono un driver chiave per l’azionario, soprattutto nei mercati emergenti. Affinché un accordo sia efficace, è necessario che porti alla rimozione dei dazi, almeno del 25% su 200 miliardi di dollari recentemente imposto e del 25% minacciato su 300 miliardi di dollari alla fine messo in standby durante il G20. Qualsiasi altro esito (come una tregua con Huawei) sarebbe un bonus.

Pertanto, riteniamo che l’epilogo delle controversie commerciali sia un tema rilevante. Dovremmo aspettarci il raggiungimento di un accordo nel corso di quest’anno. Se Pechino sta mettendo su un duro fronte, la preoccupazione di Trump per la perdita di circoscrizioni elettorali e l’ossessione per i mercati azionari statunitensi potrebbero ammorbidire la sua posizione al punto da rendere più accettabile per la Cina il ritorno al tavolo negoziale.

Detto questo, gli ultimi eventi ci hanno portato a cambiare opinione circa le tempistiche di un accordo (più tardi di quanto inizialmente pronosticato) e sulla potenziale volatilità del mercato nel frattempo (che potrebbe quindi trascinarsi più a lungo di quanto previsto). La decisione di riprendere il dialogo al G20 è positiva, ma non si avvicina neanche lontanamente a un accordo. A nostro avviso, il governo cinese è ora determinato a non cedere facilmente a quello che ritiene essere un tentativo dell’amministrazione statunitense di umiliarlo, ed è disposto a sacrificare la crescita per fare ciò. Penso anche che, a meno che non si raggiunga un accordo prima di dicembre, probabilmente non ne vedremo uno prima delle elezioni presidenziali. Ciò comporterebbe dazi più lunghi, con tutti i probabili effetti negativi sugli utili societari e lo sconvolgimento dell’attività economica globale. A partire dall’inizio del 2020 entreremo in modalità campagna presidenziale, con i primi “caucus”, ed è improbabile che Trump vorrà mantenere la questione tra le prime pagine dei giornali.

Dal punto di vista degli investimenti, questo implica la probabilità di volatilità dei mercati azionari (in particolare negli emergenti) nel corso dell’estate. Esprimiamo, peraltro, rinnovati timori circa le supply chain, in particolare nel settore IT. Le imprese non solo dovranno sostenere investimenti e costi per trasferirle al di fuori della Cina, ma ciò comporterà la loro probabile frammentazione (attualmente non esiste pressoché alcun altro Paese in grado di offrire lo stesso livello di disponibilità di manodopera e infrastrutture) e un aumento dei costi di produzione che durerà più a lungo delle controversie commerciali e sul piano della proprietà intellettuale. Inoltre, la potenziale creazione di due ecosistemi informatici, uno condotto dal Dragone e uno dagli Stati Uniti, avrebbe implicazioni di vasta portata sullo sviluppo e sui costi delle tecnologie dell’informazione.

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