Settore lusso in fibrillazione in scia alle proteste a Hong Kong

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di Gianluigi Raimondi 14 Giugno 2019 | 12:30

Dallo scorso week-end è in corso a Hong Kong una protesta contro una proposta di legge che allargherebbe le maglie per l’estradizione da Hong Kong verso la Cina Continentale. Gli scontri negli ultimi giorni hanno portato 72 feriti, di cui due in gravi condizioni. Si tratta di un nuovo momento di tensione con il governo centrale, dopo il movimento Occupy Central che aveva paralizzato la città nel 2014.

Gli analisti di Equita stimano che oggi Hong Kong valga “solo” circa il 6% dello spending del settore lusso, contro circa 10% del 2013-14 a causa di una crescente redistribuzione degli acquisti cinesi verso l’Europa prima e verso la Cina continentale più recentemente. Negli ultimi trimestri infatti lo spending cinese cresceva a tassi sostenuti in Mainland Cina, ma era per molti players in rallentamento o perfino in calo su Hong Kong. In quest’ottica, a detta della Sim milanese, i disordini in corso potrebbero rappresentare un elemento di disturbo per i titoli del settore, ma con impatti concreti marginali.

Fa eccezione la divisione DFS di LVMH (stimiamo 50% del business con turismo cinese, principalmente su Hong Kong), ma questa è anche la divisione con i margini più bassi (<5% dell’EBIT di gruppo).

Il settore tratta a 24x il P/E 2020, sempre secondo gli analisti di Equita, a circa 85% di premio rispetto al mercato vs. 50% di media storica, ma questo è frutto di valutazioni ingiustamente elevate per alcuni titoli in fase di transizione  come Ferragamo, Tod’s e Prada.

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