Investimenti: per il biotech si profila un futuro più sereno

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di Redazione 28 Gennaio 2022 | 16:01

“Il 2021 non è stato “brillante” per gli investitori biotecnologici, l’indice di riferimento ha terminato infatti l’anno con segno negativo (-0,6%, a differenza però del fondo J. Lamarck Biotech che è cresciuto del 4,46%), tuttavia, i grandi volumi di scambio dell’ultimo mese indicano che sono all’orizzonte tempi più sereni“. Ad affermarlo è Gianpaolo Nodari, ad di J. Lamarck, che di seguito spiega nel dettaglio la view sul comparto.

In questo momento, i titoli delle big e mid cap biotecnologiche sembrano più scambiati alla stregua dei titoli definiti “growth” o a bassa capitalizzazione piuttosto che come titoli “value”. Nulla è cambiato nei fondamentali finanziari, nella tecnologia o nelle pipeline delle aziende del settore perciò riteniamo che questo sia un ottimo momento per avviare un nuovo investimento o rafforzare le posizioni nel settore biotech e non solo perché notoriamente i migliori risultati arrivano quando la maggior parte degli investitori è preoccupata o scappa dai mercati, ma perché vi sono almeno cinque elementi che supportano le nostre tesi:

Nei periodi di rialzo dell’inflazione, i titoli farmaceutici e biotech sono quelli più adatti a garantire la protezione del patrimonio. Le società impegnate nel settore della salute soffrono generalmente meno dell’inflazione grazie alla maggior possibilità di trasferire gli aumenti dei prezzi sui loro clienti, intesi come le strutture sanitarie pubbliche o i sistemi di assistenza sanitaria governativi. Infatti negli ultimi anni, con l’ inflazione nulla o addirittura deflazione, i prezzi di quasi 600 farmaci sono aumentati in media del 5,2%.

Dopo i titoli finanziari, anch’essi favoriti dalle aspettative di tassi crescenti, le aziende del settore salute sono il secondo settore più “economico” nell’indice S&P 500 se si considera che le azioni di circa 100 aziende vengono scambiate al di sotto della liquidità che appare nei loro bilanci, 210 sono scambiate con un rapporto liquidità/capitalizzazione di mercato inferiore a 2 e oltre 450 azioni sono definibili “estremamente sottovalutate” in termini di utili, fatturati e pipeline.

Fondamentalmente, acquistare biotecnologie in questo momento equivale in molti casi a comprare la liquidità aziendale o addirittura a ottenere più di un dollaro (di posizione cash dell’azienda) per ogni dollaro investito.

Le operazioni M&A nel settore biofarmaceutico nel 2021 sono state piuttosto lente, ma, secondo recenti analisi svolte da Goldman Sachs, nel 2022 la capacità totale per operazioni di fusione e acquisizione supererà i 600 miliardi di dollari. Da un lato, dunque, le biotecnologie vengono scambiate a valutazioni molto basse, dall’altro le “Big Pharma” hanno grandissima liquidità da impegnare. Poiché le aziende possono sfruttare le proprie risorse per prendere in prestito capitale aggiuntivo, il potenziale a cui i produttori di farmaci potrebbe arrivare è di 1.500 miliardi di dollari. Le aree di maggiore interesse dei papabili acquirenti saranno: oncologia, infiammazione e nuove tecnologie come RNAi, terapia genica/editing e degradazione delle proteine.

Seguendo l’andamento dell’indice Nasdaq Biotech degli ultimi 20 anni, si evince che non si sono mai verificati due anni negativi consecutivamente, ciò non determina nessuna garanzia, ma anche la storia insegna.

Secondo le recenti stime dell’Ocse, nel 2030 le biotecnologie avranno un peso considerevole nell’economia mondiale, saranno infatti biotech: l’80% dei prodotti farmaceutici, il 50% dei prodotti agricoli, il 35% dei prodotti chimici e industriali, arrivando così ad un’incidenza del Pil globale del 2.7%.

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