Consulenti, le nuove tariffe in Gran Bretagna

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di Luca Spoldi 30 Aprile 2018 | 09:35
Gli schemi commissionali adottati nel Regno Unito dopo i cambiamenti normativi degli ultimi anni

A differenza di Italia e Usa, in Gran Bretagna, dove da 3 anni la consulenza finanziaria ha subito un mutamento profondo in termini di maggiore trasparenza sui costi, per remunerare il valore del lavoro svolto da un financial adviser esistono da tempo una molteplicità di schemi tariffari. Che vanno oltre alla classica percentuale sul patrimonio, solitamente oscillante tra l’1% e il 3% come commissione iniziale più
una commissione annua tra lo 0,25% e l’1% (St James’s Place, che da quattro anni guida la classifica di Ftadviser delle 100 reti di financial adviser britanniche più importanti con circa 3mila adviser, retrocede loro lo 0,5% di commissione di gestione annua). I nuovi schemi tariffari invece si basano su tariffe su base oraria o mensile, o in base a un ammontare fisso che dipende dalla quantità e tipologia di servizi offerti e così via. Ma quali sono i fattori che maggiormente incidono sul costo di un financial adviser e dunque sul valore del suo portafoglio? Anzitutto dalla località in cui operano, perché avere un ufficio nella City di Londra è estremamente più costoso che averne uno in una cittadina di provincia; poi dal modo
in cui il servizio viene erogato (forme di consulenza telefonica o online sono più economiche di quelle offerte da singoli professionisti). Anche la qualifica professionale e l’esperienza del financial adiviser ha un suo peso nel determinare il costo dei servizi, così come la complessità del lavoro da svolgere e il tempo necessario per realizzare il servizio richiesto.

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