American Sniper

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 22 Agosto 2018 | 15:30

A cura di Aqa Capital

Ci sono tre tipi di persone a questo mondo: le pecore, i lupi e i cani da pastore. Ci sono persone che preferiscono credere che nel mondo il male non esista. E se mai si affacciasse alla loro porta, non saprebbero come proteggersi. Quelle sono le pecore. E poi ci sono i predatori, che usano la violenza per sopraffare i deboli. Quelli sono i lupi. E poi ci sono quelli a cui Dio ha donato la capacità di aggredire e il bisogno incontenibile di difendere il gregge. Questi individui sono una specie rara, nata per affrontare i lupi. Sono i cani da pastore. In questa famiglia noi non alleviamo pecore, e io vi ammazzo a cinghiate se diventate dei lupi. […] Ma proteggiamo chi amiamo. Se qualcuno prova a picchiarti, se c’è chi fa il bullo con tuo fratello, vi autorizzo a farlo smettere.
Tratto da il film: “American Sniper” di Clint Eastwood.
Una delegazione cinese guidata dal viceministro al Commercio, Wang Shouwen si è recato negli Stati Uniti su invito di Washington, per nuovi colloqui sul commercio tra i due Paesi.  Il  faccia a faccia è stato fissato per il 21 e il 22 agosto, a ridosso dell’entrata in vigore dei dazi sulle importazioni cinesi per 16 miliardi di dollari, decisi dall’amministrazione Usa.
Certo, si tratta di terze linee ma le Borse festeggiano: la guerra commerciale potrebbe essere evitata. Ad essere più realisti, i benefici del confronto potrebbero essere limitati, perché è improbabile che negoziati a questo livello possano risolvere la crisi nel breve. Gli Usa hanno comunque fatto sapere che raddoppieranno il periodo di osservazione dell’interscambio, a sei giorni dai tre programmati, su richiesta delle aziende.
Non si capisce più chi sono le pecore, chi il lupo e chi il cane pastore. Nella retorica Usa la Cina è stata descritta come il lupo che, per anni, si è sfamato delle aziende americane, le pecore, usando la concorrenza sleale. Adesso Trump ha sguinzagliato i cani pastore per difendere il gregge.
La verità è che alla Borsa non è mai piaciuta la violenza, perché quando vi si ricorre non si capisce “quando la gloria svanisce e diventa una crociata sbagliata” inoltre,  in un clima di guerra, è difficile tracciare una via di uscita. Ora la Cina prova a indicare una soluzione, con il ritorno al dialogo anticipato da fatti concreti, come la rivalutazione dello yuan. La moneta cinese, con sapienza, è stata prima guidata al ribasso sul dollaro, minacciando quale sarebbe stata la reazione a fronte di nuovi dazi. Poi, con l’avvicinarsi del ritorno al tavolo delle trattative, ha recuperato terreno. Alla Cina sarebbe sufficiente un livello dello yuan a 6,85 contro il biglietto verde per bilanciare la minaccia Usa di dazi pari a  200 miliardi di dollari.
Le trattative avverranno sotto gli occhi di tutti, con il  simposio annuale della Federal Reserve a Jackson Hole fissato venerdì 24 e sabato 25 agosto, nel Wyoming. Il tema ufficiale della conferenza è l’impatto economico delle super imprese come Amazon, ma è difficile non immaginare che i numeri uno della politica monetaria internazionale non si soffermino sulla questione dazi e sulla recente crisi turca. Il presidente della Fed, Jerome Powell, interverrà venerdì mattina e nel suo discorso gli investitori cercheranno chiarezza sul percorso dei tassi di interesse e della politica di bilancio, oltre che sulla volontà di governare le turbolenze nei Paesi emergenti.

I mercati si attendono un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve per la terza volta quest’anno a settembre, ma una quarta mossa a dicembre non è scontata. Powell ha aggiunto incertezza a luglio quando, di fronte ai legislatori americani, ha definito aumenti graduali dei tassi appropriati “per ora”. Una precisazione che ha lasciato gli analisti nell’indeterminatezza. Le decisioni della Fed non dovrebbero comunque essere al momento influenzate dagli stress verificatisi in Turchia. Gli economisti prevedono infatti che, se le condizioni finanziarie globali non peggioreranno considerevolmente, la banca centrale americana non rinvierà l’aumento atteso a settembre.

La crescita economica negli Stati Uniti è balzata nel secondo trimestre ad un 4,1% annualizzato e al 2,8% anno su anno. L’inflazione è rimasta al di sotto del livello di disoccupazione anche a luglio, quando la disoccupazione è scesa al 3,9%.
Le notizie macro di un mondo a due velocità, i risultati misti delle maggiori società tech Usa (Fang), le trattative  internazionali su dazi e crisi turca, dicono tutte una cosa: in questo scenario non bisogna sparare nel mucchio ma essere dei bravi cecchini. L’obiettivo non è mai distruggere, per gli investitori non lo è mai stato, ma costruire e far fiorire gli investimenti.

Non sarà per niente facile, da tempo sui mercati aleggiano i timori di un ritracciamento; il rialzo dei tassi e la normalizzazione spinge in questa direzione, mentre alcune situazioni, vedi spread italiano, Turchia e disavanzi commerciali, non possono più rimanere sotto un tappeto, urgono soluzioni guidate, prima che ci pensi il mercato con la solita deflagrazione.

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