Dossier fiscale Bitcoin – La questione del riciclaggio

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Tra alcuni possessori di criprovaluta è esploso lo spauracchio del riciclaggio

Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti30 gennaio 2018 | 09:28

Quando il pubblico si rapporta con una nuova fattispecie reddituale è normale procedere con cautela dal punto di vista fiscale. Vuoi perché molto spesso il contesto normativo di riferimento è ancora acerbo o magari addirittura non adeguato, vuoi perché si tratta appunto di una novità e come tale soggetta, almeno inizialmente, a interpretazione. Da questo punto di vista l’ascesa mediatica delle criptovalute ha generato nel contribuente che le detiene una sequenza di dubbi piuttosto consistente. Dopo aver cercato di porre rimedio a questa ansia fiscale con le puntate precedenti del nostro dossier dedicato ai Bitcoin, oggi vogliamo trattare un nuovo spauracchio contemporaneo: il riciclaggio.

Non è un mistero che tra diversi possessori di bitcoin e simili sia montata la paura di essere indagati per il reato di riciclaggio, data la sussistente incertezza sul trattamento fiscale da riservare alle criptovalute (Dichiaro? Non dichiaro? Cosa dichiaro e come?). A questo clima di timore contribuisce anche parte dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori. Giusto a titolo di esempio lo scorso 29 novembre 2017, Davide Serra, amministratore delegato del fondo Algebris, ha così twittato: “Bitcoin è uno strumento per ripulire il denaro per criminali ed evasori fiscali che è stato trasformato nel più grande schema Ponzi di tutti i tempi con un valore di 160 miliardi di dollari (3 volte Madoff) e io sono stupefatto che non ci sia un solo regolatore che faccia qualcosa. Semplicemente incredibile”.

Premesso che è facilmente intuibile che sussistano zone d’ombra nell’utilizzo criptovalute (si pensi anche solo al fatto che sono spesso andate a braccetto con il deep web), è altrettanto giusto non fare di tutta l’erba un fascio. Un investitore onesto ha davvero ragione nel sentirsi come possibile target per un’indagine per riciclaggio? A questa domanda ha recentemene risposto il tributarista Luciano Quarta sulle pagine di Milano Finanza, regalando ai lettori un importante sospiro di sollievo “Assolutamente no. Tra l’altro trovo sbagliato l’atteggiamento di certa stampa che per fare cassetta suggerisce che i bitcoin siano lo strumento per la realizzazione di operazioni criminali e contribuisce a diffondere paure alla prova dei fatti ingiustificate. E’ facile avere paura delle cose che non si conoscono, è facile evocare lo spettro di vendite di droga, armi e qualunque altra schifezza nel ventre molle del deepweb per chi non ha idea di come funzionino. La verità però è un’altra: qualunque operazione fatta in bitcoin viene indelebilmente tracciata nella blockchain ed è totalmente trasparente. Può non essere facilissimo associare l’identità informatica di chi svolge quell’operazione in bitcoin alla sua identità fisica, ma è tecnicamente possibile e comunque ciò non toglie che il sistema sotto questo punto di vista è assolutamente chiaro e incorruttibile. Ciò che rende anonima la transazione è il contante, non la criptovaluta. Se poi usi anche un prestanome per acquistare criptovaluta, beh puoi fare esattamente lo stesso anche per l’acquisto di titoli di Stato e persino un immobile. Tornando alla questione del riciclaggio, è vero che in Italia è stata modificata la normativa introducendo una serie di obblighi in materia di riciclaggio, ma riguardano gli operatori professionali. I normali risparmiatori che posseggono bitcoin o altre criptovalute non corrono alcun rischio di essere indagati per il solo fatto di possederne”. Insomma potete fare sonni tranquilli. In attesa del prossimo allarme mediatico.

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