L’Open Banking a tre mesi dalla partenza della Psd2

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Avatar di Stefano Fossati 2 Gennaio 2020 | 16:30

A cura di Fabrick

L’evoluzione tecnologica e la crescente propensione dei clienti al confronto tra servizi e alla fruizione di soluzioni digitali (il 35% dei clienti bancari propende per una banca con operatività esclusivamente da mobile; 13,7 milioni di persone gestiscono le proprie finanze solo da smartphone, in crescita del 31% sul 2018 – fonte: Nielsen, giugno 2019), oltre al perdurare della “politica” dei tassi di interesse a zero e ad un calo della marginalità con conseguente necessità di ridurre i costi (Report Oliver Wyman “Banche italiane su un piano inclinato”), stanno spingendo le banche a ripensare il loro modello industriale per adattarsi ad una nuova realtà, che vede nella disintermediazione e personalizzazione dei servizi sempre più accentuata gli elementi centrali di sviluppo futuro.

Un percorso iniziato già da diversi anni, e oggi in particolare fermento, con una sempre maggiore attenzione alla collaborazione con le realtà fintech per guidare e accelerare l’evoluzione del modello tradizionale, sfruttando la tecnologia e l’open innovation come elemento fondante per disegnare nuovi servizi e nuovi business.

Con l’entrata in vigore della Psd2, il 2019 è da considerarsi come l’”anno zero” della rivoluzione dell’industria finanziaria, la rivoluzione dell’Open Banking: la banca diventa piattaforma collaborativa, per riuscire a porre l’accento sulla semplicità dei servizi e sulla qualità del dialogo per mantenere sempre al centro il cliente.

La grande sfida con cui si apre il 2020 è principalmente culturale.

Più servizio che banca

Sono ancora diversi gli elementi da valutare, ma quel che è certo è che le evoluzioni tecnologiche e normative stanno cambiando il modo di fare banca. L’impatto è dirompente al punto da modificare lo scenario competitivo che oggi ha nuovi confini, nuovi paradigmi e deve rispondere a tipologie di clientela sempre più evolute ed esigenti, la cui soddisfazione è centrale. In questo contesto, diventano protagonisti i servizi, sempre più specifici e verticali, valore aggiunto dell’offerta del singolo istituto al punto tale da diventarne traino.

Il concetto di conto evolve come aggregatore di questi servizi che, per essere tempestivi e distintivi, non sono più necessariamente sviluppati internamente, ma in collaborazione con terze parti. La sfida sarà sempre più legata alla personalizzazione dei servizi e vincerà chi saprà eccellere in settori specifici e proporre un’offerta semplice, innovativa e a costi competitivi.

I trend attesi

Sposare l’innovazione e stabilire percorsi comuni con il mondo del fintech non è solo un’opportunità, ma una prospettiva inevitabile per il sistema bancario, finanziario e assicurativo tradizionale. L’ingresso e la crescita esponenziale di nuovi modelli di business stanno già producendo una contrazione significativa delle redditività in diversi ambiti di prodotto e servizio bancario.

Secondo l’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, da qui al 2025 nel solo segmento dei pagamenti, le aziende incumbent vedranno una contrazione dei ricavi del 34%. Stessa percentuale di decrescita è attesa nel cruciale segmento dell’asset management e cali a due cifre riguarderanno anche i prestiti personali e i mutui.

Le realtà fintech sono pronte

I dati dell’Osservatorio Fintech & Insurtech 2019 della School of Management del Politecnico di Milano (dicembre 2019) evidenziano come l’innovazione digitale del settore bancario e finanziario inizi ad avere un impatto visibile, con effetti che diventeranno sempre più marcati. Il report evidenzia come assisteremo ad una profonda trasformazione dell’industria, con una forte ridefinizione dei confini della competizione. Tra le direttrici su cui agire gli operatori tradizionali dovranno innanzitutto saper definire strategie di open innovation e collaborare con attori esterni, tra cui primeggiano le Fintech, per governare il cambiamento.

Lato startup, quelle italiane stanno improntando il loro modello di business verso un’architettura ‘open’: il 73% ha avviato almeno una partnership con altri attori, che in metà dei casi non sono finanziari.

In questo scenario, la galassia delle fintech cresce e si rafforza anche in ambiti collaterali, come dimostra anche l’esplosiva crescita del Fintech District, la community di riferimento per l’ecosistema del fintech cha fa capo a Fabrick, che a soli due anni dal lancio conta già 133 membri (erano 32 nel 2017) e 12 corporate member, importanti realtà tra cui Cerved, Crif, Axa, Société Générale, Royal Bank of Canada, Ibm, Ernst & Young e Boston Consulting Group e 15 collaborazioni avviate con equivalenti hub internazionali impegnati nel medesimo obiettivo.

Le prospettive 2020

Nel corso del prossimo anno, secondo le previsioni di Fabrick, il passaggio alla nuova era sarà molto deciso. Il 2020 sarà un anno di messa a regime dei cambiamenti avviati nella seconda metà del 2019 e di definizione di nuovi modelli di servizio che vedranno il go to market nel 2021.

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