Piazza Affari, i fondi sorpassano le “famiglie”

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di Redazione 6 Luglio 2022 | 09:50
Secondo i dati di Georgeson, nelle assemblee i fondi battono gli azionisti storici

Il trend era chiaro da anni e il sorpasso era ormai nell’aria. La conferma si è avuta con la tornata assembleare appena conclusa, che ha certificato il definitivo ribaltamento delle posizioni di forza: come scrive Il Sole 24 Ore, le società quotate italiane sono sempre meno controllate da investitori strategici – gruppi familiari in primis – e sempre più in mano invece al mercato, ovvero i grandi fondi di investimento internazionali.
Secondo i dati forniti da Georgeson, società di consulenza in corporate governance che presenterà a Milano una survey in un convegno organizzato insieme ad Enel, a fronte di un quorum assembleare medio 2022 del 69,74%, oltre la metà (35,72%) è stato espresso delle cosiddette (ex) minoranze, mentre il restante 34%
è in mano agli investitori strategici. “Si tratta di un risultato storico che tuttavia ci aspettavamo – ha spiegato Lorenzo Casale, responsabile Italia di Georgeson – perché arriva come esito di un lungo processo di evoluzione degli assetti proprietari che si è sviluppato negli ultimi dieci anni”.

La trasformazione della base azionaria delle quotate italiane è sotto gli occhi di tutti: da sistema sostanzialmente detenuto da pochi azionisti di controllo, il listino principale è diventato oggetto di un crescente interesse da parte degli istituzionali, a partire dai fondi di investimento esteri. Una componente quest’ultima che, da minoranza silente, si è trasformata in maggioranza sempre più attiva, anche a livello assembleare.
A questo ribaltamento di fronte, si è arrivati così: “Nel corso del tempo abbiamo assistito a un inevitabile arretramento della componente strategica, che prima era tipica del mercato italiano” ha aggiunto Casale. “Nel
contempo però c’è stato un ampliamento del flottante: i grandi investitori istituzionali hanno aumentato la presenza nel capitale e la partecipazione al voto. Chi prima non votava, ad esempio, oggi vota anche per sopperire all’equity”. Quindi, anziché comprare azioni per incidere sulle scelte di una società, è la tesi, “un investitore cerca di incidere su una determinata posizione e si esprime, in linea con la prassi internazionale”.
L’allineamento al trend tipico di altri mercati evoluti, dove il peso preponderante dei grandi fondi è da tempo già realtà, è sinonimo di una maturazione importante del mercato italiano, che si mostra più reattivo e trasparente nel dialogo con i diversi stakeholder, anche grazie all’engagement sviluppato nel corso degli anni e al progressivo adeguamento alle best practices internazionali sulla governance. “Le società sono sempre più attente agli
investitori e agli stakeholder. L’integrazione degli aspetti Esg nella strategia, nella remunerazione e negli strumenti di finanza sostenibile è indice di un mercato reattivo, che è oggi ben percepito a livello internazionale”, ha detto il presidente di Enel Michele Crisostomo.
Se molto lavoro è stato fatto, altrettanto ne rimane sul fronte Esg. Le quotate italiane ad esempio appaiono ancora timide sui temi legati alla sostenibilità e all’assorbimento dei principi Esg nelle politiche industriali.

“E attenzione: oggi quella dei fondi è una semplice moral suasion ma in prospettival’adesione o meno ai richiami Esg sarà differenziante” – ha concluso Casale. “Il 45% dei fondi già oggi dice che è plausibile una strategia di esclusione o riduzione del peso in portafoglio delle società non rispondenti ai criteri Esg. In questo quadro, stabilire un contatto con gli attori che hanno un peso, intesi come frameworks, agenzie di rating ed ini- ziative globali, si rivelerà una necessità, più che una moda”.

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